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LE DONNE NELL’ARTE – Angelika Kauffmann

Pittrice svizzera, specializzata nella ritrattistica e nei soggetti storici, Maria Anna Catharina Angelika Kauffmann, nasce a Coira (Svizzera) il 30 ottobre 1741, ma vive a Schwarzenberg in Vorarlberg/Austria, città natale del padre.

Figlia di Joseph Johann Kauffmann, pittore mediocre, e di Cleofea Luz, levatrice, appassionata di letteratura e di musica, già all’età di nove anni si mostra padrona del disegno e in grado di maneggiare i pennelli con sapiente naturalezza. Accortosi del talento della figlia, il padre diventa il suo maestro, con il quale Angelika comincia a fare una serie di viaggi a Morbegno, Como e Milano, a seconda delle committenze ricevute. Angelika nutre anche la passione  per altre arti come la musica e il canto e, pur essendo attirata dalla carriera di cantante, alla fine preferisce seguire le orme paterne, ricevendo richieste di ritratti già entro il il 1750. Nel 1757, dopo la morte della madre, insieme al padre ritorna a Schwarzenberg dove, nella chiesa parrocchiale, dipinge i dodici apostoli. Più tardi, Angelika, per approfondire la sua formazione artistica, si reca, seguita dal padre, a Milano, Parma, Firenze, Roma e Napoli, dove dimostra il suo talento, copiando  le opere di maestri.

autoritratto

Il suo Autoritratto alla Galleria degli Uffizi datato 1762, è contemporaneo del suo arrivo a Firenze nel giugno di quell’anno, non risentendo ancora del clima protoneoclassico con cui viene in contatto in Toscana, dopo aver conosciuto personalmente Johann Friedrich Reiffenstein, amico di Johann Joachim Winckelmann, e Benjamin West, futuro direttore della Royal Academy. Assai benestante e già carica di pubblici riconoscimenti riceve il diploma dell’Accademia del Disegno di Firenze e sempre nel 1762 viene onorata anche dall’Accademia Clementina di Bologna. Nel 1763 si trasfeisceì a Roma, dove entra in contatto con la comunità artistica e intellettuale del luogo e viene ammessa nell’Accademia nazionale di San Luca a soli 23 anni, dipingendo, come pezzo di ammissione, un ovale raffigurante La Speranza, che costituisce l’esordio di un filone tematico di figure allegoriche, che sarà presente in molte delle sue opere successive. A questo momento risalgono il Ritratto dell’abate Peter Grant, ora a Edimburgo nella National Gallery of Scotland e il Ritratto di Johan Joachim Winckelmann alla Kunsthaus di Zurigo,

Johan Joachim Winckelmann

Dal luglio 1763 all’aprile 1764 Angelika soggiorna a Napoli, dove copia le antichità delle collezioni reali, esercitando l’incisione e coltivando il ritratto di cui l’esempio più notevole è il Ritratto dell’attore David Garrick (a Burghley House, Cambridgeshire), sua prima opera esposta a Londra in una mostra pubblica presso la Free Artistic Society.

David Garrick

Penelope al telaio - 1764

Nel 1765 si reca dapprima a Venezia, dove si interessa di Tiziano, e, successivamente, a Bologna e Parma, per studiare, rispettivamente, le opere dei pittori bolognesi Annibale, Ludovico e Agostino Carracci e quelle del Correggio (Antonio Allegri). Sulla laguna conosce il diplomatico inglese Joseph Smith e sua moglie, che la invita ad accompagnarla a Londra, dove arriva nel luglio 1766. A Londra Angelika si dedica prevalentemente ai ritrarre: Anne Seymour Damer (Chillington Hall a Staffordshire); la Duchessa Augusta di Richmondd, del 1767 (Royal Collections a Buckingham Palace); sir Joshua Reynolds (a Saltram House, National Trustees nel Devon): il pittore inglese da cui ricevette una proposta di matrimonio.

Sir Joshua Reynolds -

Nel 1768 diventa membro fondatore della Royal Academy of Art. Tra i suoi committenti figurarono la regina Carlotta d’Inghilterra e papa Pio VI

Carlotta di Inghilterra

Angelika sposa in prime nozze un oscuro conte svedese, di cui si era innamorata perdutamente, Federico de Horn, alias Brandt, che, purtroppo, ben presto, si rivelerà un avventuriero senza scrupoli. Infatti, non solo abbandona la moglie, ma la deruba pure di ingenti somme di denaro.

Successivamente, la pittura dell’artista evolve verso tematiche protoromantiche di derivazione tedesca. Tale sperimentazione la porta ad esporre, per la prima volta, ad una delle rassegne periodiche della Royal Academy nel 1770 accanto a Samma l’indemoniata (da Klopstock) o a Cleopatra, un quadro di soggetto medievale, Vortigern e Rovena, ora a Saltram House. Tuttavia, principale risorsa rimane il ritratto, specie femminile, talvolta allegorizzato secondo l’esempio di Reynolds. Ecco alcuni dei ritratti realizzati da Angelika Kauffmann. 

Autoritratto . 1787

Un’importante affermazione pubblica tra il 1778 e il 1780 è la progettazione delle decorazioni interne della Royal Academy (il suo capolavoro in questo genere) e la contestuale realizzazione per la volta della Lecture Hall di quattro ovali raffiguranti rispettivamente il Colore, il Disegno, la Composizione e il Genio, trasportati nel 1869 nella nuova sede dell’Accademia a Burlington House.

Il Colore

Il Disegno

Il Genio

Dopo la morte del primo marito, Angelika nel 1781 sposa il pittore veneto Antonio Zucchi di quindici anni più grande di lei, gentile nei modi, ottimo compagno e consigliere. Insieme a quest’ultimo, tra il 1871 e il 1872, decide di trasferirsi in Italia, pensando in un primo momento di andare a Napoli, ma poi opta di stabilirsi a Venezia, giungendovi nel maggio del 1782, dove muore suo padre, già molto anziano. Dalla Serenissima riceve l’incarico di ritrarre esponenti del patriziato veneziano tra cui spicca il ritratto di Andrea Memmo nominato procuratore di San Marco, e varie committenze del granduca Paolo I di Russia. Viene, inoltre, nominata membro onorario dell’Accademia di belle arti, titolo che le viene conferito da Giandomenico TiepoloDopo una breve sosta a Roma, nel 1782, i coniugi si stabiliscono a Napoli, dove la pittrice riceve l’offerta, però declinata, di assumere il ruolo di pittrice di corte. Esegue; comunque, un ritratto di re Ferdinando IV (oggi alla Reggia di Capodimonte), che termina nello stesso anno a Roma, e un ritratto di gruppo della famiglia reale.

Ritratto di Ferdinando IV re di Napoli e dela sua famiglia

Affinando la sua arte pittorica e la sua cultura con un impegno indefesso, diventa in poco tempo l’interlocutrice e la musa di artisti e intellettuali dell’epoca e viene invitata presso le corti dei potenti d’Europa come re Carlo III, l’imperatore Giuseppe II, Ferdinando I delle Due Sicilie e Caterina II di Russia. Tramite l’architetto Giannantonio Selva, importante esponente del Neoclassicismo, che ebbe modo di conoscere durante il suo soggiorno a Venezia del 1781,  Angelika viene “raccomandata” al gallerista italiano Tommaso Puccini, futuro direttore della Galleria degli Uffizi e dell’Accademia di Belle Arti di Firenze, figura di spicco dei conoscitori e dei salotti romani, il quale, in una lettera all’amico casalese Ignazio De Giovanni del luglio 1783 scrive:”Angelika Kauffmann celebre pittrice si è stabilita in Roma questa settimana, e ha dato scacco alla maggior parte dei pittori. Io frequento la sua compagnia, e la frequentereste anche voi, se foste in Roma, e forse troppo”. Inizia, così, per la pittrice svizzera, la cui fama è internazionale, ormai consacrata decima Musa, un vero e proprio trionfo nei salotti romani. Qui, tra il 1786 e il 1788 diventa amica stretta di Goethe, che la cita spesso nell’Italienische Reise, informando anche, alla data del 9 febbraio 1788, dell’acquisto fatto dalla pittrice di due dipinti attribuiti a Tiziano e a Paris Bordon. Ormai pittrice famosa in tutta l’Europa, le sue opere vengono richieste da Londra a San Pietroburgo. Al 1788 risalgono sia Virgilio che legge l’Eneide ad Augusto e Ottavia(ora all’Ermitage)

Virgilio che legge l'Eneide ad Augusto e Ottavia

sia Valentina, Proteo, Silvia e Giulia nella foresta (Wellesley Collection), nonché la partecipazione con una tela raffigurante Cressida e Diomede alla decorazione della Shakespeare Gallery voluta da John Boydell (ora Perworth House, Sussex). Specializzatasi in ritratti e in pitture di soggetto storico, dipinge scene mitologiche, classiche e di storia antica, nonché medievale oltre a soggetti agiografici, come per il collezionista George Bowles la Morte di Virgilio e Cornelia madre dei Gracchi del 1785, 

Cornelia madre dei Gracchi

ALTRE OPERE DI ANGELIKA KAUFFMAN 

Tre cantanti

Bimbi con uccelli e fiori

Maria la pazza

ritratto del principe Henri Lubomirsky come Cupido

Louisa Hammond

ritratto di donna vestita da vergine vestale

The Monk of Calais

Venere e Adone

 

A. Kauffmann - Amore e Psiche

Rimasta di nuovo vedova nel 1795, Angelika detiene il primato di caposcuola della pittura romana e allestisce nella sua abitazione romana una piccola, ma selezionata raccolta di dipinti, tra cui anche il San Gerolamo di Leonardo da Vinci, poi passato alle Raccolte Vaticane. Nel biennio 1795-1796 dipinge il ritratto di Antonio Canova con il bozzetto di Ercole e Lica, ora in collezione privata e la Samaritana al pozzo su commissione del principe e abate di San Biagio in Germania. Porta la data del 1797 il quadro con David e Nathan realizzato per il cardinale Francesco Saverio de Zelada. Nel 1798, quando le truppe francesi occupano Roma, esegue il ritratto del generale Augustin de Lespinasse, da cui ottiene protezione. Abituata a dipingere una giornata intera senza accusare alcun sintomo di stanchezza, negli ultimi tempi si ferma esausta, rimanendo immobile davanti al dipinto con lo sguardo fisso altrove. I medici e gli amici le propongono di concedersi un periodo di riposo e di svago lontano da Roma, per cercare di recuperare le energie perdute. Nell’estate del 1802 si reca a Como, che aveva visto per la prima volta a undici anni e che le era rimasta nel cuore per la bellezza del lago e la cordialità della gente. Da lì scrive una lettera all’amico Antonio Canova, mettendolo al corrente dei suoi spostamenti e della sua salute. Ma una volta rientrata a Roma quel vigore che l’aveva sorretta sin dall’inizio, comincia lentamente ad abbandonarla. Angelika muore il 5 novembre 1807 e, dopo i funerali celebrati il 7 novembre 1807 con una solenne cerimonia organizzata e diretta da Antonio Canova, viene sepolta nella Chiesa di Sant’Andrea delle Fratte, di fianco al consorte, Antonio Zucchi; rararamente ad un artista era stato tributato l’onore di avere il feretro accompagnato da due suoi dipinti: il David e Natan e la Samaritana al pozzo. Nel 1808 per interessamento del cugino, Johann Kauffmann, un suo busto in marmo, opera di Peter Kauffmann, parente della pittrice, viene collocato nel Pantheon. Il filosofo Johann Gottfried Herder la definì forse la donna più colta d’Europa.

Autoritratto del 1797

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Pubblicato da su 04/09/2011 in Le donne nell'arte

 

LE DONNE NELL’ARTE – Marie-Gabrielle Capet

Lyon 1761 – Paris 1818

Marie-Gabrielle nasce a Lione il 6 settembre 1761. Figlia di un domestico, nulla si sa circa la sua prima formazione artistica, è certo, però, che nel 1781 a Parigi diventa allieva della pittrice Adélaïde Labille-GuiardDue anni più tardi sviluppa il suo talento nella pittura ad olio. Tra i suoi primi lavori ci sono due notevoli autoritratti.

Fino al 1785, le sue opere sono presentate al Salone della Gioventù, ma, nel 1785, Marie-Gabrielle spedisce due ritratti ufficiali al Salon de la Correspondance; un pastello viene esposto l’anno successivo. In ragione, forse, di una critica favorevole, o grazie ai contatti stabiliti come assistente di Adélaïde Labille-Guiard, Marie-Gabrielle comincia a ricevere delle committenze. Tra i suoi modelli ci sono Madame Longrois, moglie del maggiordomo di Fontainebleau, il reverendo Padre Moisset, superiore generale dell’Oratorio, e membri della famiglia reale, tra cui Madame Adelaide e Madame Victoire de France, le figlie di Luigi XV.
Al Salon del 1791, Marie-Gabrielle espone delle miniature, che continua a produrre per il resto della sua vita.

miniatura di Marie-Gabrielle Capet

miniatura

Miniatura

miniatura

Ai guadagni derivanti da queste opere, si aggiunge, inoltre, un alloggio fornito da Adelaide Labille-Guiard. Anche dopo il matrimonio di Adélaïde con il pittore François Vincent nel 1799, Marie-Gabrielle continua a vivere nella loro casa. A partire dal 1795, presenta anche dei pastelli e dei dipinti ad olio al Salon. Un buon numero di ritratti a pastello le vengono commissionati da clienti particolari, come Etienne Elias, l’avvocato Pierre-Nicolas Berryer e il drammaturgo e membro della Convenzione Marie-Joseph Chénier.

Ritratto a pastello di Marie Joseph Chenier (1764 - 1811) membro de la Convention

In parecchi ritratti, Marie-Gabrielle, rappresenta altri artisti, come Vien, Suvée, Houdon, Pallière, Meynier, Vincent e Labille-Guiard.

Da quel momento, la Commissione degli Artisti la ricompensa con una menzione ad honorem per la sua grande miniatura di Houdon, come per quella di sua madre, presentata al Salon nel 1801.

Nel 1800, i suoi modelli sono ufficiali, funzionari delle colonie e anche una “dama di palazzo” della regina di Spagna Realizza, inoltre, una grande scena d’interni, ad olio, che mostra Madame Vincent nel suo atelier, mentre realizza il ritratto del pittore e senatore Vien (maestro di Vincent), nonché Vien stesso, in presenza di membri della sua famiglia,  di allievi, ed anche François Vincent (maestro di pittura di Adelaide Labille Guiard ) e dei suoi allievi. Anche la stessa Marie-Gabrielle si raffigura nel quadro, mentre carica la tavolozza di Adelaide. Questo ritratto di gruppo costituisce una vera genealogia della famiglia artistica di Marie-Gabrielle Capet.

Atelier di Madame Vincent

Al Salon del  1814, Marie-Gabrielle presenta il suo primo quadro di storia, una rappresentazione mitologica “Igea, dea della salute”, che offre al dottor  Moreau de la Sarthe.
Marie-Gabrielle muore a Parigi il 1 novembre 1818
 
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Pubblicato da su 29/08/2011 in Le donne nell'arte

 

LE DONNE NELL’ARTE – Élisabeth Vigée-Le Brun

Élisabeth-Louise Vigée-Le Brun, considerata, tra i ritrattisti del suo tempo, una delle più grandi, nasce a Parigi il 16 aprile 1755. Fino all’età di sei anni viene educata in campagna da una balia ad Épernon e, dopo, ricondotta a Parigi, viene messa in collegio al convento della Trinità, dove la piccola Louise-Élisabeth, che aveva circa otto anni, comincia a disegnava sui muri della scuola e sui suoi quaderni. Il padre di Elisabeth, Louis Vigée, che era un pastellista, dopo aver scoperto il talento e l’abilità della figlia nel disegno, ne rimane estasiato e profetizza per Elisabeth un futuro da pittrice. All’età di undici anni, Elisabeth torna a vivere in famiglia, portando avanti la sua passione per il disegno e già all’età di quindici anni, diventata, nel frattempo, una delle ragazze  più  belle  di  Parigi, si afferma  precocemente   come  pittrice   professionista   ricevendo  parecchie 

Autoritratto all'età di 15 anni

commissioni per la esecuzione di ritratti, anche grazie alla protezione di due dame dell’epoca, Madame de Verdun, moglie di un fermier général (un grande appaltatore delle imposte), e la duchessa di Chartres. Il padre di Elisabeth muore quando lei ha ancora 14 anni e sua madre nel 1768 si risposa con con un ricco gioielliere, Jacques-François Le Sèvre. La nuova famiglia Le Sèvre/Vigée va ad abitare a rue Saint-Honoré, di fronte al Palais-Royal.

Anche se vive in un ambiente straordinariamente libertino, Louise-Élisabeth si presenta come una signorina piccolo borghese assai virtuosa, al punto che, spesso, è costretta a rifiutare le richieste di ritratti che i mondani dell’epoca le fanno al solo fine di incontrarla. Ciò nonostante, sorprendente è la facilità con cui Elisabeth trova il suo posto nella società dei grandi del regno. In particolare, entra nelle grazie di Maria Antonietta (che nel 1770 era arrivata in Francia per sposare il Delfino), diventando la sua pittrice preferita.

Ritratto di Maria Antonietta

Ritratto di Maria Antonietta e figli

Altro ritratto di Maria Antonietta con libro - 1788

Nel 1775 offre due suoi ritratti all’Académie Royale, ottenendone in cambio l’ammissione alle sedute pubbliche e il 31 maggio 1783 viene ammessa all’ Accademia Reale di pittura e scultura (che diventa nel 1795 Académie des Beaux Arts ), insieme con la sua diretta rivale Adélaïde Labille-Guiard. Il suo maestro diventa Gabriel Briard (pittore mediocre, che ha la reputazione di essere un buon disegnatore e di possedere in più un atelier a Louvre), che la presenta poi a Horace Vernet, allora al culmine della sua fama. 

Il 7 agosto 1775 Élisabeth Vigée sposa Jean-Baptiste-Pierre Le Brun, pittore sfaccendato, giocatore accanito e altrettanto accanito donnaiolo, il quale, tuttavia, da grande mercante di quadri che è, farà molto per la carriera di sua moglie.

Dalla loro unione, il 12 febbraio 1780 nasce la prima e unica figlia, Jeanne-Julie-Louise. Si dice che Louise-Élisabeth continuasse a dipingere anche durante le prime contrazioni, e che, a fatica, si decidesse a lasciare i suoi pennelli durante il parto.

autoritratto con la figlia

La familiarità con l’ambiente di corte genera sul conto di Élisabeth pettegolezzi e vere e proprie calunnie. Le vengono attribuite, infatti, orge, dissipazione, relazioni adulterine con tutta Parigi – esattamente come avveniva per la sua protettrice Maria Antonietta. Le uniche liaisons che forse ebbe, furono quella con il conte di Vaudreuil, già amante della favorita della regina,Yolande de Polastron, duchessa de Polignac, e quella con  Calonne, ministro delle finanze che succedette a Necker nel 1783.

Duchess de Polignac (ritratto di Élisabeth Vigée-Le Brun)

 Nell’estate del 1789 Élisabeth, mentre si trova ospite in casa di Madame du Barry, di cui aveva iniziato il ritratto, sente tuonare i cannoni dentro Parigi. Era scoppiata la Rivoluzione e, senza attendere che la folla infuriata ed ostile la venisse a prelevare, nella notte fra il 5 e il 6 ottobre 1789 abbandona Parigi con sua figlia e 100 luigi, lasciandosi dietro il marito, i quadri e il successo. Della fine dell’ Ancien Régime, Élisabeth dirà più tardi: «Allora regnavano le donne. La rivoluzione le ha detronizzate».E’ l’inizio dell’esilio per Louise-Élisabeth, che, però, mentre a Parigi infuria la Rivoluzione, viene invitata, e continua così a dipingere, in tutte le corti d’ Europa, a Roma, a Vienna, a Londra, a San Pietroburgo, rifiutandosi di leggere i giornali, per non sapere quali dei suoi amici erano stati ghigliottinati. Nel 1800 il suo nome viene cancellato dalla lista degli émigrés e sarebbe potuta rientrare a Parigi, ma lo fa solo due anni dopo. 

 

autoritratto a 45 anni

Tornata a Parigi, nel 1805, Louise-Élisabeth esegue il ritratto di Carolina Murat, una delle sorelle di Napoleone.

Caroline Murat con la figlia (ritratto di Vigee-Lebrun)

Successivamente, nel 1809, all’età di  54 anni, vive tra Parigi, dove apre un salotto, e Louveciennes, in una casa di campagna vicino al castello di Madame du Barry, alla quale prima della rivoluzione aveva fatto 3 ritratti.

Madame Du Barry

M.me du Barry 1787

Mme du Barry-1789-1820

Baronessa Crussol

Tra il 1813 e il 1820 la vita della pittrice è funestata da una serie di lutti in famiglia: muore dapprima il marito, poi la figlia Jeanne-Julie-Louise e, infine, il fratello di Élisabeth, Louis-Jean-Baptiste-Étienne.

Ritratto di Louis-Jean-Baptiste-Étienne

Alla età di 80 anni, Élisabeth pubblica i propri Souvenirs, una raccolta di notizie sulle vicende dell’epoca, che restano, a tutt’oggi, un documento molto interessante sugli sconvolgimenti del periodo in cui ella aveva così intensamente vissuto, conoscendo tutti i personaggi importanti, gli artisti e le corti del suo tempo. Élisabeth muore, in età avanzata, il 30 marzo 1842.

AUTORITRATTO

 

 
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Pubblicato da su 23/08/2011 in Le donne nell'arte

 

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LE DONNE NELL’ARTE – Felicita Frai

Francesco Giuseppe I

Francesco Giuseppe I

Felicita Frai (il cui vero nome era Felice Frajova), nasce a Praga il 20 ottobre 1909, sotto l’impero asburgico di Francesco Giuseppe, in un’ epoca di grandi confluenze di culture e muore a Milano il 14 aprile 2010, all’età di cento anni, esponendo per l’ultima volta, all’età di 95 anni, alla Galleria “Ponte Rosso” di Milano nel 2004. Definita “la pittrice delle donne”, per il fatto che prediligeva dipingere «l’immagine femminile in infinite variazioni», i soggetti dei suoi quadri – come da lei stessa affermato – «Sono donne dipinte da una donna». Felicita è stata una acuta colorista: la sua pittura è stata luminosa, vigorosa, dinamica. Alta, bionda, dagli occhi color pervinca, da giovane ha una vita sentimentale molto intensa: invidiata dalle donne, è molto ammirata dagli uomini. Trasferitasi in Italia, ancora bambina, si stabilisce, in un primo momento, a Trieste, dove “italianizza” il suo cognome boemo Frajova in Frai e dove, all’età di 19 anni, sposa il suo primo marito, un ricco commerciante di pellami, e nasce la figlia Piera. Ma il matrimonio non dura molto perché lei si innamora del pittore ferrarese Achille Funi, presentatole da Leonor Fini, pittrice e donna inquietante Nel 1930, va a Ferrara dove, oltre che amante, diventa anche allieva di Funi, che aiuta nella realizzazione degli affreschi nel Palazzo Comunale di Ferrara e nella chiesa di San Francesco a Tripoli. Ma la storia d’amore con Funi, non dura per sempre perché un giorno, quando Funi, le dice: “ho quarant’anni e devo smettere di fare l’amore“, temendo un futuro in grigio, prende il primo treno e scappa piangendo a Milano.

Ma è proprio a Milano che Felicita diventa una vera professionista, condividendo, con artisti come De Pisis, Carrà, De Chirico, Morandi, gli anni della guerra, sotto i bombardamenti e il dopoguerra, con le mostre importanti, i collezionisti, che tornano a farsi vivi, le belle signore, che fanno la coda per farsi ritrarre da lei

Felicita con una modella

In seguito, frequenta lo studio di Giorgio de Chirico, esponendo le sue prime opere in una personale alla Galleria del Milione di Milano nel 1942. All’inizio della sua carriera di artista, dipinge soprattutto ritratti della figlia Piera, figure femminili e nature morte (che ricorreranno nella sua attività fino agli anni più recenti), spaziando dalla pittura ad olio alla tempera e dall’affresco alla litografia. Si dedica anche all’illustrazione di libri e alla decorazione, vincendo il concorso per l’allestimento artistico dei saloni d’onore delle navi da crociera e realizzando alcuni interventi decorativi per l’atrio dell’Istituto Previdenza Sociale di Torino e per l’Hotel Palace di Milano. Nel 1968 Felicita si sposa con Piero Della Giusta, ricco avvocato socialista, uomo di punta della Resistenza, ma, nel 1981 il suo secondo marito, muore e lei rimane vedova. Felicita ha anche una relazione sentimentale molto travolgente con il poeta e critico d’arte Raffaele Carrieri. Nel 1970 le viene dedicata una grande retrospettiva a Praga, sua città natale. Nell’ultimo periodo della sua vita, Felicita Frai, si orienta verso una pittura sempre più fiabesca, dove i volti di donna sembrano fiori e i fiori sembrano farfalle. Donne come fiori è, appunto, il titolo di un suo quadro, dove è rappresentato un gruppo di ragazzine allegre e pensose, che sembrano non aver bisogno di nessuno. 

OPERE DI FELICITA FRAI 

autoritratto

Due volti con pere

campo di fiori

fiori alpestri e anforetta

donna e gallo

 

laura pensierosa 

le ragazze di carnaby street

nel vento

primavera

 
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Pubblicato da su 20/08/2011 in Le donne nell'arte

 

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LE DONNE NELL’ARTE – Rosalba Carriera

Fu la pittrice più famosa tra i suoi contemporanei e una delle prime artiste dell’incipiente stile Rococò.

Rosalba era la figlia maggiore della merlettaia veneziana Alba Foresti. Fu Alba che insegnò la sua arte alle figlie: Rosalba, Angela (1677 – 1757) e Giovanna (1683 -1737). Tutte e tre furono pittrici. Rosalba ha la fortuna di iniziare a studiare, sin da giovane, oltre alla pittura anche la musica e ad apprendere l’arte del ricamo, a cui erano usualmente indirizzate le giovani donne veneziane del XVIII secolo. Rosalba comincia il suo apprendistato di pittrice presso la bottega di Giannatonio Vucovichio Lazzari, pittore di soggetti sacri e ritrattista e, successivamente, diventa allieva di Giuseppe Diamantini, nonché di Antonio Balestra. Da buona apprendista, Rosalba si distingue subito nell’arte di dipingere miniature, ed è la prima miniaturista ad utilizzare l’avorio per dare lucentezza e splendore all’insieme. 

 

In particolare, comincia col dipingere le tabacchiere con quelle figure di damine graziose, che divennero poi la sua fortuna trasposte nelle miniature su avorio. E’, inoltre, la prima a non seguire le regole accademiche secondo cui la miniatura doveva essere realizzata con tratti e punti brevi e ben amalgamati. Rosalba, invece, vi inserisce il tratto veloce caratteristico della pittura veneziana. Ben presto si orienta verso i ritratti di personaggi illustri, quali Cristiano di Meclemburgo, il duca Carlo di Baviera e tantissimi altri. E tale è la sua fama che l’allora giovanissimo re di Francia, Luigi XV (che regnava sotto la reggenza di Filippo d’Orléans e del cardinale Guillaume Dubois), la invita a corte per raffigurare la sua famiglia.  Nel suo diario, in data giovedì 1 Agosto 1720, si leggeEbbi ordine da parte del Re di fare in piccolo il ritratto della Duchessa Vantadour: ed in questo giorno ne cominciai uno piccolo dello stesso Re”.

A Parigi, dove Rosalba soggiorna per circa un anno, ospite, così come racconta nel suo diario, del collezionista parigino Crozat, in un edificio con un grande giardino, entra perfino a far parte dell’Accademia Reale di pittura e, grazie all’interessamento del suo amico inglese, Christian Cole, viene anche accettata dall’ Accademia nazionale di San Luca a Roma, con l’opera Fanciulla con colomba“, che presenta come saggio artistico.

Ritratti e miniature le vengono commissionati dal duca di Mecklemburgo, da Federico IV di Danimarca, dal principe Augusto di Sassonia, dai duchi di Modena, dalla corte di Vienna.

Interprete raffinata degli ideali di grazia della mondana società settecentesca, Rosalba Carriera però, si discosta decisamente dallo stereotipo femminile, tuttora imperante nell’immaginario collettivo, della damina settecentesca tutta frivolezze. Espertissima nella pittura al pastello, esegue, con una tecnica tutta sua (non leziosa, soffice e luminosa, intrisa di luce, stendendo rapidi tocchi di bianco sopra gli altri colori per ottenere effetti di luce a forte carattere atmosferico), una numerosa serie di ritratti e autoritratti, nonché di quadri a soggetto allegorico. Le opere che maggiormente destano la curiosità sono la serie dei suoi autoritratti, alcuni dei quali sono conservati a Venezia al museo del settecento a Ca’ Rezzonico, mentre altri fanno parte di altre collezioni, come l’autoritratto del 1740, della collezione reale di Windsor (The Royal Collection).

 

 

Gli autoritratti rivelano uno sviluppo psicologico e morale dell’artista: dalla giovinezza e gioia del primo autoritratto del 1709, conservato agli Uffizi, che rappresenta sé stessa mentre dipinge la sua amata sorella Giovanna, fino a giungere all’ultimo del 1746, quello della “tragedia”, dove Rosalba Carriera si rappresenta con un volto molto invecchiato, triste, duro e con una corona di alloro attorno ai capelli, quasi a indicare lo stato d’animo dell’artista, che si ritrasse proprio dopo essersi sottoposta a un intervento chirurgico alla cornea, con esiti negativi e complicazioni ulteriori che aggravarono la sua cecità fino a farla divenire totale. 

La peculiarità dell’arte della Carriera, che la distingue dagli altri pittori, sta, in primo luogo, nella sua semplicità espositiva, poi nelle pose eleganti e soavi delle sue figure, nonché nei drappeggi degli abiti pieni di merletti e particolari ed, infine, nel saper scrutare il volto di chi le sta di fronte, leggerlo in tutti i suoi particolari, capirlo e riuscire a trasporre con la pittura ciò che lei vede, tutto incorniciato da un profondo realismo come in Ritratto di signora anziana” in cui dipinge in modo evidente il porro della signora, ritratta molto dolcemente. 

Fra il 1744 e il 1746, concepita per Augusto III, Rosalba Carriera esegue la serie delle Allegorie degli Elementi (Aria, Acqua, Terra, Fuoco), considerata uno dei capolavori della maturità per la grazia e la padronanza tecnica. Di particolare interesse lAllegoria dell’Aria, per il cui volto allegorico la pittrice non sceglie una bella dama del tempo, bensì una donna del popolo dalle fattezze ben marcate. Eppure l’incarnato bianchissimo del volto, lo sguardo che segue il leggiadro uccellino in volo, la lieve smorfia delle labbra, che s’incrociano con il gesto della mano sinistra, il morbido panneggio delle vesti, avvolgono di leggerezza e trasparenza la scena, contribuendo a rendere la rappresentazione palpitante di grazia e di notevole sensualità.

 

Nei ritratti femminili di Rosalba oltre alle pose delicate dei soggetti, si nota una grande sensibilità nel riprodurre i tessuti e le trine. I drappeggi degli abiti, le perle e i merletti, sono sempre messi in risalto da una luce viva e particolare, come, ad esempio, si può riscontrare nella serie della Allegoria delle Stagioni.  

ALLEGORIA DELLE STAGIONI 

Flora 1730

Primavera

Estate

Autunno

Inverno

Come anche in altri ritratti. Si guardi ad esempio quello di Caterina Sagredo Barbarigo,

donna “celebre a Venezia per bellezza, cultura e per la vita al di fuori dai canoni di comportamento delle nobili veneziane dell’epoca” (Sani 1988)In quest’altro ritratto, la bellissima nobildonna veneziana Caterina Sagredo, viene ritratta con il capo lievemente inclinato e con un sorriso appena accennato in palese consapevolezza dell’elevata status sociale di appartenenza e della sua indiscussa avvenenza. La luminosità delle perle, in contrasto con i toni scuri del copricapo e delle vesti, contro il pallore dell’incarnato, contribuiscono ad accrescerne e ad esaltarne il fascino. “Il ritratto, simbolo della femminilità in chiave rococò, è certo un capolavoro di arguzia pittorica per il modo con il quale l’immagine femminile dolcemente libertina è incorniciata dal tricorno nero, dalla fluida capigliatura bruna, e dal manto blu scuro, ravvivato dal nastro rosso annodato sul petto; piacque molto, tanto da essere più volte replicato: se ne conoscono infatti due redazioni (una al Fogg Art Museum di Cambridge, l’altra, in sembianze di Berenice, al Detroit Institute of Arts di Detroit)” (Pallucchini ).

Caterina Sagredo nelle vesti di Berenice

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ALTRE OPERE DI ROSALBA CARRIERA

Henry Fiennes Clinton

Ragazza con pappagallo

giovane ragazza con scimmia

Charles Sackville

Gustavus Hamilton

procuratore veneziano

Contessa Miari

Giovane fanciulla della famiglia Lebland

ritratto di giovane ragazza

Colpita da una malattia agli occhi, Rosalba Carriera, gradualmente perde la vista e l’uso della ragione non potendo più dipingere negli ultimi dieci anni della sua vita. Morirà a Venezia, poco più che ottantenne, il 15 aprile 1757.

 
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Pubblicato da su 06/08/2011 in Le donne nell'arte

 

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LE DONNE NELL’ARTE – Suor Plautilla Nelli

Plautilla Nelli, che, in realtà, si chiamava Polissena de’ Nelli, nacque a Firenze nel 1524 nella antica e nobile famiglia fiorentina di Piero di Luca Nelli. Prese il velo alla età di 13 anni, abbandonando il nome della martire laica Polissena per assumere quello di Plautilla. Oltre a diventare «veneranda e virtuosa suora» del Convento domenicano di Santa Caterina in Cafaggio sulla Via Larga (oggi non più esistente), Plautilla iniziò a dipingere precocemente da autodidatta ed è, oggi, conosciuta per essere stata la “prima donna pittrice di Firenze”. Dei suoi dipinti, soprattutto a soggetto sacro e animati da mistico fervore savonaroliano, ci restano oggi solo 7 tavole e una tela, anche se, come riferisce il Vasari nel 1586, Plautilla dipinse «per le case de’ gentiluomini di Firenze tanti quadri che troppo sarei lungo a volere di tutti ragionare», aggiungendo, nell’elogio che ne fa della pittrice, che suor Plautilla  «fu la prima pittrice a Firenze, nonché monaca e priora nel monastero domenicano di Santa Caterina in Cafaggio su piazza di San Marco».

Suor Plautilla : Madonna con bambino e quattro angeli

Sulla sua attività artistica sicuramente gravarono i dettami e i provvedimenti restrittivi del Concilio di Trento, che esigevano la clausura e che presumibilmente condizionarono e ridussero la sua produzione artistica, in qualità e quantità, pur essendo lei personalmente trattata con un occhio di riguardo e una certa Iiberalità”. 

In proposito il Vasari, sostenitore della prima accademia a Firenze, dice che la pittrice suor Plautilla Nelli “avrebbe fatto cose meravigliose se, come fanno gl’uomini, avesse avuto commodo di studiare et attendere al disegno e ritrarre cose vive e naturali”. Allieva, secondo la testimonianza del Vasari, di fra’ Paolino da Pistoia, la produzione artistica di Plausilla si colloca all’interno del filone di pittura fiorentina cinquecentesca, rimasta estranea alla sperimentazione formale ed espressiva del manierismo, pittura che aveva trovato espressione nelle opere dei maestri della “Scuola di San Marco”, Fra’ Bartolomeo, Mariotto Albertinelli, Lorenzo di Credi, Giovanni Antonio Sogliani ed altri ancora. Oltre che pittrice convenzionale di soggetti ovviamente religiosi, esercitò anche la ritrattistica, fu ottima miniatrice e tenne una scuola con numerose apprezzate “discepole”. Riferisce, ancora, curiosamente il Vasari che “i volti e fattezze delle donne, per averne veduto a suo piacimento, sono assai migliori che le teste degli uomini”. L’inciso, in particolare, si riferisce al fatto che nel dipinto “Ultima Cena”,

che in origine era conservato nel refettorio del Monastero di S.Caterina, i volti e le fattezze degli Apostoli, hanno un qualcosa di “femmineo”. Due grandi lunette su tavola con San Domenico e Santa Caterina sono opere inedite appena riscoperte, restaurate da Rossella Lari, che sono state esposte al Cenacolo di San Salvi,

mentre sono esposte una Pentecoste nelle chiesa di San Domenico a Perugia, un Compianto a San Marco. Una Madonna addolorata è custodita nei depositi di Palazzo Pitti e una Crocefissione alla Certosa di Firenze.

Plautilla visse fino al 1588 all’ interno del convento domenicano di S. Caterina, che fu fucina di ingegni femminili., Altre monache, di cui molte allieve di Plautilla, si dedicarono alla scultura di figure sacre in terracotta, alle miniatura e ad altre forme d’ arte..

    

 
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Pubblicato da su 02/08/2011 in Le donne nell'arte

 

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Cinema – Tura Satana

E’ stata una icona hot vincente degli Anni Sessanta. Maggiorata, ballerina esotica e protagonista indiscussa nel cult movie di Russ MeyerFaster, Pussycat! Kill! Kill!, (nel ruolo della perfida Varla), fu il sogno proibito di tutti i ragazzini che ascoltavano Elvis Presley e si mischiavano agli adulti nei cinema a luci rosse. 

Tura Satana, il cui vero nome è Tura Luna Pascual Yamaguchi , nasce  a Hokkaidō (Giappone), il  10 luglio 1938, da padre giapponese di origini filippine, attore di film muti, e da madre statunitense di origini cherokee, scozzesi e irlandesi che di professione faceva la contorsionista. Tura, ebbe una infanzia difficile: proprio a causa della nazionalità del padre, ancora piccola, fu internata con la famiglia nel campo di concentramento di Manzanar, in California, dove negli anni della Seconda guerra mondiale vennero rinchiusi oltre 110 mila americani originari del nemico Giappone.  Dopo la liberazione, andò a vivere a Chicago, in un quartiere che lei stessa definiva «un po’ italiano, ebreo e polacco, praticamente il sobborgo mafioso della città». Tura, sviluppò i seni molto presto e, nonostante fosse una studentessa eccellente, fu spesso derisa dai suoi compagni della James A. Riis Elementary School per i suoi tratti somatici asiatici. Tura stessa racconta che, pur essendo diventata una campionessa di atletica, venne a lungo discriminata e maltrattata dalle compagne ed isolata dal resto del gruppo. Senza amiche, faceva sempre lo stesso percorso da sola per tornare a casa. Fu proprio in uno di quei giorni, quando aveva appena 9 anni, che un gruppo di 5 uomini la stuprò. Questo spinse la ragazza a imparare dal padre le arti marziali, come l’aikido e il karate per difendersi e, a 15 anni, riuscì a rintracciare gli uomini che l’avevano violentata e, secondo i suoi racconti, si vendicò di ciò che le avevano fatto subire.

A 13 anni si sposò con un ragazzo di 17 con un matrimonio combinato (era stato scelto un ragazzo bellissimo dai suoi genitori per convenienza, visto che lo stupro sembrava averla macchiata socialmente), divorziando nove mesi dopo. Dopo l’annullamento del primo matrimonio,  Tura sposerà John Satana nel 1951, dal quale prenderà il cognome.

Rinchiusa in un riformatorio, trovò lì le sue prime amicizie, entrando a far parte di una gang di ragazze, a Chicago, chiamata “gli Angeli“, che indossavano le stesse giacche in pelle, jeans e stivali.dei motociclisti.  Uscita dal riformatorio, viaggiò fino a Los Angeles sotto identità fasulla e riuscì a farsi assumere, mentendo sull’età, come cantante blues. Ma il mestiere di cantante non era redditizio e, così, cominciò a lavorare anche come fotomodella in costume da bagno e di nudo. 

Costretta a tornare a Chicago dai suoi genitori, a causa di un avvelenamento, che le provocò delle violente abrasioni cutanee, una volta guarita, cominciò a lavorare prima come venditrice di sigari e sigarette in alcuni teatri, poi, come ballerina di burlesque, diventando ben presto una delle spogliarelliste più esotiche sulla piazza che dide del filo da torcere a professioniste dell’epoca come Rose Le Rose, Tempest Storm, ecc.Raggiunta la maggiore età, a causa di una gravidanza, dovette rinunciare temporaneamente al suo sogno di fare l’attrice cinematografica e di essere diretta dal regista Harold Lloyd, che, appunto, le aveva promesso che avrebbe fatto di lei una star del cinema. Dopo la nascita della piccola Kalani, tornerà, però,  a sognare il cinema.

In quel periodo, Tura fu anche una delle primissime “fidanzatine” di  Elvis Presley. Appena diciassettenne, Elvis, rimasto affascinato da uno spettacolo dell’allora ventenne Satana, per «il modo in cui lei muoveva il suo corpo e teneva in ostaggio i marinai, come oggetti sessuali». le propose di sposarla, ma lei rifiutò. Si scambiarono comunque un anello per ricordarsi della loro relazione. La leggenda vuole che Tura abbia insegnato a Elvis come si bacia una donna, e che fino alla fine dei suoi giorni abbia indossato l’anello che lui le regalò.

Nel 1963 debuttò nel cinema, interpretando il ruolo della prostituta, parigina di origini nipponiche Suzette Wong, in Irma la dolce, di Billy Wilder con Jack Lemmon e Shirley MacLaine. Entrata in contatto con il regista Daniel Mann, lavorerà in due dei suoi film: Le cinque mogli dello scapolo (1963) con Dean Martin e il più conosciuto Il nostro agente Flint (1966). Nel film   interpreta la parte di una spogliarellista.Dopo aver interpretato alcuni film per la televisione, nel 1965 avvenne l’incontro che le cambiò la vita: Russ Meyer, leggendo un’inserzione sulla rivista Variety, la scelse per interpretare la parte di Varla nel suo Faster, Pussycat! Kill! Kill! (1965). Grazie a Meyer, Tura diventa Tura Satana, imponendosi con Haji e Lori Williams come protagonista. La pellicola, che racconta le avventure on the road di tre spogliarelliste alla fine del loro turno di lavoro, diventa prima un film underground e poi, dal 1994, un cult mondiale. Il personaggio di Varla, che appare in stivali, guanti e maglia nera aderente, è una spogliarellista a capo di una gang, che include altre due giunoniche ragazze, Billie e Rosie, a caccia di soldi e guai nel deserto, solcato a bordo di potenti automobili. Tra piccoli ranch e stazioni di servizio le tre delinquenti sequestrano, uccidono e riempiono di botte una serie di malcapitati.

 

Aggressiva, sessualmente disinibita, la sua Varla entra nei sogni degli americani puritani. Il film fu girato nel deserto al confine con Los Angeles, fra notti gelate e mattine assolate, e a Tura venne data persino la responsabilità legale dell’allora attrice adolescente del film, Susan Bernard, che venne messa sotto la sua protezione.

Grazie a questo film Tura divenne una vera e propria icona del genere exploitation, venerata dai fans e amata da registi come Quentin Tarantino.

Dopo il suo primo successo Tura comparve in altri B-movies, come The Astro-Zombies1968) e The Mark of Astro-Zombies (2002). Ma la sua notorietà resta legata alla figura vampiresca di Varla.

Tura Satana: Varla Tura Satana morirà il 4 febbraio 2011 a Reno, in Nevada, per un attacco cardiaco

 
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Pubblicato da su 21/07/2011 in Cinema

 

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